sMANIFESTO di CABARET ELETTRICO
di Riccardo Mannelli con l'adesione e la collaborazione di Marco Michiorri , David Vecchiato , Diana Caggiano , Piera Bonerba , Tea Guarascio
“I tempi bruciano ed io non li sto raffigurando, ipnotizzato come sono da un elettrodomestico che mi ha completamente elettroaddomesticato; niente accadrà finché non staccherò la spina e mi abbandonerò di nuovo ad immaginare una immagine”. Questo dovrebbe pensare l'artista contemporaneo all'uomo elettrico, perché è un pensiero semplice,minimo, quasi banale nella sua essenzialità; invece eccolo lì, imbambolato dall'ipnosi a seguire le miserie della 'sacra attualità' e a baloccarsi con analisi e commenti e giudizi etico morali che un qualsiasi dignitoso giornalista, non foss'altro per mestiere, riesce a fare quotidianamente meglio di lui; eccolo lì, terrorizzato dall'eventualità d'essere cacciato dal paradiso mediatico con l'accusa infamante di 'ingestibile', (termine davvero agghiacciante, sintomatico di questa epoca di Gestori), rassegnato a fare spicciola routine burocratica, come il capoclasse secchione e ruffiano che tiene la lista dei buoni e cattivi. La satira, che é una forma d'arte tra le più sublimi da che mondo è mondo, è stata svilita dagli artisti stessi a mera appendice del giornalismo (quando va bene) o della politica (quando va malissimo, cioè quasi sempre); si sono moltiplicati all'infinito questi comizianti milionari che, come le vecchie prefiche d'un tempo, starnazzano e si stracciano le vesti a pagamento: non regalano un segno che faccia intravedere un disegno, non inventano una immagine che sia una, solo parole su parole su parole mortificando con le parole anche un'altra grande forma d'arte come la caricatura.
La satira come qualsiasi altra espressione artistica non ha bisogno di 'informazione' o di notizie per raffigurare il proprio tempo; l'arte e quindi la satira usano i sensi, le emozioni, mettono le mani nelle viscere per fare divinazioni, non per cercare risposte ma per continuare a poter fare nuove domande: sono pura e semplice provocazione. O non sono! Niente in contrario a che possa esistere tutto il resto, anzi: dai comizianti ai buffoni, dalle vecchie ciabatte ai nuovi scarponi, dalle ciofeche alle acquine fresche fino ai palombari ciclisti tutti devono avere diritto d'espressione, soprattutto quelli che non condividiamo. C'è solo l'urgenza di ridare il significato appropriato alle cose umane in questa nuova Babele in cui ci ritroviamo, dai ritmi di un frullatore fuori giri. Questa nuova Babele, che peraltro è già vecchia avendo già vissuto il suo momento topico di rito con il crollo della Torre (anzi, le torri sono state due, a riprova che l'uomo elettrico occidentale pretende sempre almeno il doppio di quel che gli spetta) e dove non c'è ancora traccia di una immagine, di un cortocircuito iconografico, di una"Guernica" in cui potersi riflettere. L'artista elettroaddomesticato, assistendo al crollo delle sue personali torri dementi, è passato dallo stato ipnotico alla catalessi: non riesce a digerire e quindi rielaborare le macerie che gli riempiono la pancia.
Invece è proprio da queste macerie che parte l'esperienza Cabaret Elettrico; o meglio, dalla decisione di trasformarci in portatori sani di macerie: scalcinati manipolatori di calcinacci. Per creare una immagine, come sa bene chi non ha mai smesso di provarci, occorre innanzitutto 'sentirla' per poi immaginarla; ma alla fine bisogna trovare il coraggio e la sfrontatezza di 'fabbricarla' . Ed è la sfrontatezza, al limite della perdita della coscienza condivisa, che permette di superare le barriere che ipnotizzano la maggioranza: il buon gusto, il pudore, la decenza, la correttezza politico-sociale e tutte le altre pastoie che nei secoli la nostra cultura si è voluta dare. Noi di Cabaret Elettrico non proponiamo un manifesto che ci accomuni, né tantomeno ci sentiamo appartenenti a una delle innumerevoli sedicenti avanguardie, cascami di un Novecento che ancora avvinghia il nostro tempo ; al contrario pensiamo che ogni artista rappresenti sempre e solo se stesso e che il termine 'avanguardia' abbia troppe reminiscenze militaresche perché possa garbarci. Viviamo Cabaret Elettrico come una sorta di terra di nessuno(e quindi di tutti) con le caratteristiche morfologiche ed i confini di uno stato d'animo.
Ci piace l'idea che Cabaret Elettrico possa trasformarsi di volta in volta ,assumendo la forma di Macchina Teatrale Multipla (come nel caso del 'work in progress' "Stanze di Guerra") o di Esposizione Collettiva o di Musical o chissà cos'altro. L'essenziale sarà mantenere viva la voglia di rimettere le mani in pasta ogni volta che ne sentiremo l'esigenza, sfidando tutti i feticci e le ritualità di quest'epoca un po' inquietante e molto babbea che ha tentato di trasformare l'arte in una forma di potere, esclusivo ed escludente. L'arte non sarà mai un potere, perché è sempre stata molto di più. L 'arte è il sogno estremo di potere. Vogliamo continuare a vivere questo sogno, convinti come siamo che l'unico vero progresso del genere umano sia stato quello di sentire la necessità di darsi una educazione sentimentale.